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Legionarismo ascetico. Colloquio col capo delle “Guardie di Ferro”

Autore: Julius Evola

Rapidamente la nostra auto lascia dietro di se quella curiosa cosa che è la Bucarest del centro: un insieme di piccoli grattacieli e di edifici modernissimi, prevalentemente di tipo “funzionale”, con mostre e magazzini fra la parigina e l’americana, l’unico elemento esotico essendo i frequenti cappelli di astrakan degli agenti e dei borghesi. Raggiungiamo la stazione del Nord, imbocchiamo una polverosa strada provinciale costeggiata da piccoli edifici del tipo della vecchia Vienna, che con rigorosa rettilineità raggiunge la campagna. Dopo una buona mezz’ora, l’automobile svolta improvvisamente a sinistra, prende una via campestre, si arresta di fronte ad un edificio quasi isolato fra i campi: è la cosiddetta “Casa Verde”, residenza del Capo delle “Guardie di Ferro” romene.

“L’abbiamo costruita con le nostre stesse mani” ci dicono con un certo orgoglio i legionari che ci accompagnano. Intellettuali e artigiani si sono associati per costruire la residenza del loro capo, quasi nel significato di un simbolo e di un rito. Lo stile della costruzione è romeno: ai due lati, essa si prolunga con una specie di portico, tanto da dar quasi l’impressione di un chiostro. Entriamo, raggiungiamo il primo piano. Ci viene incontro un giovane alto e slanciato, in vestito sportivo, con un volto aperto, il quale dà immediatamente una impressione di nobiltà, di forza e di lealtà. E’ appunto Cornelio Codreanu, capo della Guardia di Ferro. Il tipo è caratteristicamente ariano-romano: sembra una riapparizione dell’antico mondo ario-italico. Mentre i suoi occhi grigio-azzurri esprimono la durezza e la fredda volontà propria ai Capi, nell’insieme dell’espressione vi è simultaneamente una singolare nota di idealità, di interiorità, di forza, di umana comprensione. Anche il suo modo di conversare è caratteristico: prima di rispondere, egli sembra assorbirsi, allontanarsi, poi, ad un tratto, comincia a parlare, esprimendosi con precisione quasi geometrica, in frasi bene articolate ed organiche.

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L’intervista con Gabriele Adinolfi

Gabriele AdinolfiAnni 70

1. “Strategia della tensione” degli anni 70 in Italia secondo i comunisti era il risultato di manipolazioni della CIA con i neofascisti. Secondo Lei, qual è il ruolo di KGB?

Poco importante. CIA e KGB hanno più osservato che altro una lotta tra potenze mediterranee loro alleate (e loro subalterne) che si svolgeva in Italia; attrici la Francia, la Libia ma soprattutto l’Inghilterra – che ha sempre allontanato l’Italia dal mare – e Israele.

Le vittime illustri della strategia della tensione (Mattei e Moro) erano degli statisti filoarabi e anti-inglesi. La strategia della tensione non fu assolutamente fatta per allontanare i comunisti dal governo, anzi ad ogni strage i comunisti progredirono e furono attratti nella stanza dei bottoni. Che la posta fosse la politica italiana nel Mediterraneo lo hanno sostenuto i più importanti attori politici dell’epoca, lo stesso Aldo Moro lo spiegò alle Brigate Rosse durante la sua prigionia.

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Myšlenka dne

„Naše dva významné deníky jsou v rukou jednoho zahraničního majitele. (...) Představuju si to, jako když herec má v každé ruce jednu loutku: jednou hraje proti druhé, simuluje drama. Hra dopadne, jak on ví a chce. (...) Do jedněch z těch dvojích novin pravidelně píšu. (...) Takže jsem jako svobodný. (...) Protože mi na těch novinách záleží, snažím se myslet a jednat s nimi. Moje psaní zatím bylo pro principála přijatelné: sloužím mu. Ale toto, co tu teď píšu, bych do jeho novin nepsal: bylo by to, myslím, v nich moje poslední slovo. Celou tu dobu od Převratu se divím tomu, že si naše společnost nedokáže udržet nějaké nezávislé noviny, jež by nebyly v ničím majetku. (...) Čtenáři se ptají: proč nemůžeme mít jedny noviny chytré, elegantní, prázdné banalit, vulgarit a reklamy, a tenčí? (...) Protože vás není dost.“


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